TRIORA

semplicemente

UN LUOGO

Triora è un  bellissimo borgo medievale, situato nella Riviera Ligure di Ponente, in provincia di Imperia, arroccato a circa 800 mt. nella splendida Valle Argentina.Ha una popolazione di poco superiore alle 200 persone ed una estensione territoriale molto vasta che comprende numerose frazioni interessantissime da visitare, con territori montani una volta coltivati che ora racchiudono splendidi boschi e paesaggi unici.Triora deve il suo nome a “Tria-Ora” (tre bocche) indicante i tre principali prodotti del luogo (grano, vite e castagno).Ma è per la tragica storia accaduta negli anni 1587-89 che viene conosciuta tuttora come Paese delle Streghe. Ovviamente Triora non è solo processi per stregoneria, ma grazie a questo traino è possibile venire a scoprire le meraviglie di un territorio che insieme alle persone, alla cultura ed alle tradizioni diventa un LUOGO……. unico.

VALLE ARGENTINA

una valle magica..

Valle Argentina ai piedi del punto più elevato della Liguria. il monte Saccarello 2.201 mt. parte delle Alpi Liguri, confine amministrativo tra le province di Imperia e di Cuneo e confine di Stato tra l’Italia e la Francia……una valle speciale e per molti incantata..

CONOSCERE IL PASSATO

per capire il fascino del presente

LE ORIGINI

I più antichi resti archeologici che testimoniano la presenza di vita umana nel territorio triorese risalgono al periodo del Neolitico medio, collocabile all’incirca tra il 3800 e il 3000 a.C.
In tale periodo si sviluppò nell’Italia settentrionale la cosiddetta “Cultura dei Vasi a Bocca Quadrata”
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TRIORA
UN CONFINE

tra evidenza e mistero,
tra oscuro e spiegabile,
tra devozione e sacrilegio..

UNA CINTA MURARIA

racchiude storia, carügi ed
angoli di una civiltà passata..

Chiesa di San Bernardino

con il giudizio e la passione l’arte diventa storia

L’edificio fu eretto nel XV secolo e dedicato a San Bernardino, che proprio in quel periodo predicava lungo le strade dell’Italia e della Liguria. Al suo interno si trovano pregevoli affreschi quattrocenteschi opera di vari artisti, fra i quali il pinerolese Giovanni Canavesio, che raffigurano la cavalcata dei vizi, che accompagna la complessa scenografia del Giudizio universale, con l’inferno e la volta celeste. Inoltre si possono ammirare scene della vita di Cristo e della sua crocifissione, il limbo e San Cristoforo.

MUSEO REGIONALE ETNOGRAFICO E DELLA STREGONERIA

Il museo di Triora non vuole essere soltanto una mera esposizione di oggetti ma soprattutto un invito, uno stimolo a visitare l’antico paese, le sue caratteristiche ed incantevoli frazioni e borgate, dove in qualche caso si potrà riscontrare l’uso di attrezzi notati in queste sale. Si potrà, a contatto con una natura pressoché incontaminata, ritrovare il gusto ed il piacere della “…vera” vita.

Silvano Oddo (curatore del Museo)      Sito- www.museotriora.it

Etnografia

Suddivisa in sei sale principali, la Sezione Etnografica del Museo rappresenta in ognuna di esse uno “spaccato” della vita quotidiana dei contadini: lavoro nei campi, ciclo del grano, del latte, del castagno,del vino e cucina.

Luigia Margherita Brassetti

nobildonna Margherita seppe farsi voler bene dai trioresi, aiutando i poveri con cospicue somme tratte dal suo patrimonio. Svolse un’intensa attività di apostolato religioso e sociale per la gioventù femminile locale fondando congregazioni femminili. Per le giovani creò un laboratorio di cucito e ricamo, aprì un teatro e un piccolo cinematografo, mentre con un’altra congregazione, si occupò della preparazione e della riparazione degli indumenti sacri della chiesa.

Il tempo si è fermato

Un sito dove tutto sembra essersi fermato ai tempi antichi ,tutto riprodotto fedelmente in scene di vita, cultura e storia.

Antichi arnesi..per antichi mestieri

Stregoneria

Ben quattro lugubri sale sono dedicate a questo tragico capitolo della storia locale. In due di queste sono ricostruite scene degli interrogatori e della prigionia delle donne accusate. Nelle altre celle, oltre ai documenti del processo, sono riprodotte streghe artigianali nelle loro azioni quotidiane.

Torture

Io stringo i denti….e poi diranno che rido

Franchetta Borelli

NESSUN ROGO…MA UNA TRAGEDIA DRAMMATICAMENTE VERA

L’eredità di Franchetta Borelli

di Paolo Portone

La vicenda è nota: nel 1588 a Triora alcune donne furono accusate del peggior crimine allora concepibile, cioè di essere seguaci della eretica setta delle streghe diaboliche. Fu così che Franchetta Borelli e le altre imputate finite sotto i ferri prima dell’Inquisitore e poi del Commissario Giulio Scribani , si scoprirono adoratrici di Satana.Secondo i giudici  si erano donate al Diavolo cristiano, con l’anima e con il corpo,  in cambio dei suoi poteri malefici. La loro sorte fu per sempre segnata,anche se non furono condannate al rogo.  Lo scrupoloso lavoro d’archivio condotto sui documenti dell’epoca ha finalmente restituito nuovi elementi che consentono oggi di ricostruire uno dei più celebri processi di stregoneria istruiti nel nostro paese. Una vicenda che segnò profondamente i rapporti tra il Santo Uffizio e la Repubblica di Genova e che al contempo sancì in modo definitivo il nuovo orientamento delle Chiesa di Roma  nei confronti delle “superstizioni” folkloriche e delle loro custodi, le operatrici della magia tradizionale, signore delle erbe, levatrici e guaritrici che a vario titolo continuavano, in special modo tra i ceti subalterni, ad esercitare un preciso ruolo nella tutela e nella salvaguardia della salute delle comunità. La maggiore prudenza da parte dell’Inquisizione nelle accuse di stregoneria diabolica comportò un mutamento nelle strategie adottate per contrastare le superstizioni, che non furono più combattute ma riassorbite, perlopiù, nell’alveo dell’ortodossia. Ciò permise quella particolare condizione che fu la demonopatia senza caccia che caratterizzò l’Italia nel periodo delle grandi persecuzioni Cinque-Seicentesche in Europa. Pur mantenendo inalterata l’impalcatura demonologica, le autorità ecclesiastiche andarono sostituendo alle fiamme dei roghi l’acqua santa degli esorcismi.Da questo punto di vista è significativo che proprio a Triora si continui a celebrare una curiosa cerimonia religiosa per scongiurare l’invasione dei bruchi, un rito profondamente impregnato di quella mentalità magica che sulla carta si era inteso combattere ma che alla fine della Controriforma risultò inglobata e amplificata all’interno di una religiosità improntata al miracolistico, al culto delle reliquie (Triora possiede un invidiabile numero di reliquie,anche delle più curiose come il latte della Vergine Maria) , delle immagini sacre  e all’uso dei sacramentali (acqua, olio, sale, candele e incenso benedetti). Resta allora il dubbio che dietro l’apparente confessionalizzazione della società, la Chiesa anche attraverso l’abbandono dell’accusa di stregoneria diabolica, abbia inteso mantenere la sua egemonia spirituale venendo a patti con la religiosità folklorica, cioè con quelle credenze profonde  (le vane osservanze) che  facevano parte del mondo culturale di Franchetta e delle altre imputate. Chi, come Giulio Scribani, cercò controcorrente di sradicarle non a caso si appellò ad una tradizione precedente alla Controriforma, ad un periodo in cui la Chiesa, uscita vittoriosa dalla lotta contro l’eresia catara e valdese, aveva cominciato a guardare con occhi diversi alla superstizioni dei rustici, dando forma giuridica e teologica, proprio nel quadrante centro occidentale delle Alpi, a quella nuova eresia denominata stregoneria diabolica che fu duramente combattuta nel corso di più di tre secoli. Se con molta probabilità fu a Triora che si esaurì, almeno per quanto riguarda l’Italia,la spinta propulsiva della “caccia alle streghe”è d’altra parte inoppugnabile il richiamo di Scribani a una precocità della stessa in questa medesima Podesteria. Egli in una lettera ai suoi superiori reclamava la necessità di condurre una inquisizione approfondita contro le malefiche, come non se ne vedeva ormai da più di un secolo, un accenno a un fenomeno non irrilevante di cui si era mantenuta evidentemente traccia nella memoria . Degli eventi a cui si rimanda nel rapido eppure fondamentale accenno oggi restano solo alcuni indizi, il più celebre dei quali è l’affresco della Chiesa di San Bernardino, opera di fine Quattrocento, in cui le “Fatucerie”,con la mitra in testa,  bruciano in compagnia dei “Gazari”nella fornace infernale, segno inequivocabile della incipiente trasformazione della loro “arte” in una nuova forma di eresia. D’altro canto anche la intitolazione della Chiesa a San Bernardino da Siena, forse in ricordo di un suo passaggio nell’ Alta Valle Argentina, potrebbe essere un ulteriore indizio della precocità della caccia in questa area, considerato il ruolo che il francescano ebbe nella diffusione della nuova minaccia e la parte attiva che svolse nella istruzione dei due primi processi contro fattucchiere mandate al rogo con l’accusa di essere in combutta con il Diavolo, Finicella (Roma,1426),Matteuccia (Todi,1428).Nel 1588 a Triora, come nel resto della penisola,non era invece più tempo di bruciare le streghe, ben altre erano infatti le minacce che incombevano sulla Chiesa di Roma, e presto su quelle dolorose vicende sarebbe calato un secolare silenzio, mentre le credenze e le pratiche superstiziose furono riassorbite dalla religione dominante sopravvivendo fino al Novecento, come testimoniano i documenti orali raccolti dagli studiosi locali.Sotto questo aspetto, forse a ragione, si può sostenere che del mondo di Franchetta qualcosa sia probabilmente sopravvissuto , a parte il suo ricordo di vittima del fanatismo religioso e delle dinamiche di vicinato.  Ma la sua eredità non la si dovrà ricercare nelle stereotipate immagini delle odierne streghe di Triora, che paradossalmente ci allontanano ancora di più dal ricordo delle vittime del processo, consegnandole ad una postuma damnatio memoriae.”Sorprendentemente”, una reliquia di quel mondo  che Scribani voleva , fuori tempo massimo, eliminare alla radice, è possibile oggi scorgerla all’interno della religione ufficiale. Tra le pieghe della pietas popolare e sotto il velame della fede ereditata, si può ancora scorgere quella compenetrazione tra segni di una tradizione antica e parole di una religione più recente, che rivela, a distanza di secoli, la vitalità proteiforme dell’ancestrale pensiero magico, cioè di quel «fenomeno sociale totale»di cui Franchetta e le altre sventurate furono espressione, al pari dei loro persecutori.

                                                                            Paolo Portone

 

Dopo un lungo periodo di impegno e lavoro

a Ottobre 2016 apre al pubblico il MES

Museo Etnostorico della Stregoneria

Perché un Museo sulla stregoneria e sulla caccia alle streghe? Tra il tardo Medioevo e gli albori dell’Età dei Lumi, nel cuore dell’Europa occidentale, furono circa 110 mila i processi istruiti da tribunali laici ed ecclesiastici contro i presunti seguaci di una setta di Satana. Secondo stime prudenti, essi si conclusero con la condanna a morte di quasi 60 mila persone, in prevalenza donne, riconosciute colpevoli di un delitto impossibile da dimostrare . Vittime innocenti del primo olocausto della storia europea, esse ci ricordano come il fanatismo e l’oscurantismo non ci siano estranei ma costituiscano al contrario una parte non irrilevante del nostro passato, ci rammentano come il morbo dell’intolleranza e del pregiudizio abbiano pervaso le istituzioni e la religione, producendo immani ingiustizie. L’idea attuale di strega diabolica è un concetto che vede la sua nascita nei tribunali ecclesiastici e laici, la sua cristallizzazione nei manuali demonologici e infine la convalida attraverso le confessioni ottenute torturando decine di migliaia di vittime innocenti. La memoria di quelle donne è ancora oggi infangata dall’atroce suggello imposto dai loro implacabili giudici: strigimaga, infanticida, venefica, tempestaria, schiava di Satana, e perciò apostata, idolatra ed eretica. Di quella lunga catena di assassinii resta poco, non solo nei numeri, ma anche nella memoria di ciò che realmente avvenne. La pulizia operata da inquisitori e giudici laici nel corso di tre secoli ebbe come scopo l’annichilimento di un mito, sul quale prevalse una prescientifica urgenza classificatoria volta a interpretare, mistificandole, le tradizioni più arcaiche del patrimonio culturale europeo. L’interesse mostrato dalla storiografia non è mai stato duraturo e soprattutto in grado di orientare un preciso indirizzo di ricerche e di studi. Nella nutrita bibliografia esistente oggi sull’argomento sono rari gli studi che hanno portato ad un significativo avanzamento delle conoscenze relative al mondo delle vittime, al loro universo culturale, alle loro biografie. Oggi senza dubbio sappiamo molto dei loro persecutori (giudici, inquisitori, demonologi e predicatori, cattolici e protestanti). Abbiamo conoscenze più che approfondite sui meccanismi che regolavano la giustizia nei casi di stregoneria diabolica, delle misure prese attraverso concili e sinodi dal clero per contrastare le superstizioni popolari ecc.. Ma delle vittime continuiamo a sapere attraverso il filtro straniante e mistificante della stregoneria diabolica. Documentare il mondo delle vittime della caccia è la scommessa e lo scopo di questo Museo. Attraverso le testimonianze storiche ed etnografiche si è tentato di ricostruire per la prima volta l’identikit culturale di chi fu costretto sul letto di Procuste della Schiava di Satana. Gli oggetti esposti hanno lo scopo di accompagnare il visitatore in un viaggio nella realtà sottesa ad una delle figure mitiche di maggior successo dell’immaginario collettivo europeo. Ciò attraverso un percorso suddiviso in quattro aree tematiche (“Il pensiero magico”, “Dee, spiriti e creature femminili”, “Dominae herbarum”, “L’invenzione della strega diabolica e il processo di Triora”), per consentire al curioso ed allo studioso di confrontarsi con i reperti di un mondo più vicino alla realtà storica. Al termine di questo viaggio, se non sarà stata resa giustizia alle vittime, forse si sarà restituita loro un poco di dignità, ristabilendo il nesso che lega le persone al loro nome, alla loro occupazione, a ciò che effettivamente rappresentarono nella società europea a cavallo tra Medioevo ed Età moderna. Ridare una fisionomia alle migliaia di donne condannate senza alcuna colpa al rogo significa quanto meno risarcire la loro memoria, riguadagnando alla nostra i motivi reali di una persecuzione condotta con efficacia e razionale determinazione contro un nemico inesistente, ma dalla quale siamo usciti tutti trasformati, come le bonae feminae al seguito di Diana.

COSE' UN PARCO NATURALE ?

PARCO DELLE ALPI LIGURI

NATURA INCONTAMINATA AL RIPARO DALL’AZIONE UMANA

Parco delle Alpi Liguri, l’area protetta posta più a occidente della Liguria, si trova in Provincia di Imperia, incuneato fra il confine francese e il Basso Piemonte.
I suoi circa 6.000 ettari di territorio sono distribuiti su tre valli: il comprensorio del torrente Nervia, con i Comuni di Rocchetta Nervina e Pigna raggiungibili dalla zona di Ventimiglia–Bordighera, è il più vicino al mare e si estende fra coltivazioni floricole, oliveti e vigneti che più a nord lasciano il posto a boschi di castagni, conifere e faggi.
L’Alta Valle Argentina, con il Comune di Triora gravitante su Arma di Taggia, presenta più ripidi dislivelli, selvaggi panorami naturalistici e centri abitati sorti su crinali o speroni rocciosi.
Più interna di tutte le altre, l’Alta Valle Arroscia, con i Comuni di Rezzo, Montegrosso Pian Latte, Mendatica e Cosio d’Arroscia, orbita su Imperia ed è la zona a più spiccata vocazione montana, contraddistinta da ampi pascoli ed estese superfici boscate.
Attraverso sentieri, strade secondarie e sterrate è possibile spostarsi da una valle all’altra del Parco utilizzando antichi percorsi di crinale oggi ripristinati, che offrono magnifici panorami a 360° sulle Alpi Liguri e il mare.
Circa 2000 metri di dislivello separano infatti le zone più a valle da quelle più a monte dell’area protetta: la massima altitudine si raggiunge sulla vetta del Monte Saccarello, che con i suoi 2.200 metri è anche la cima più elevata dell’intera Liguria.
www.parconaturalealpiliguri.it

LE TRADIZIONI E LE STORIE VIVONO NELLE PICCOLE FRAZIONI DI TRIORA

Goina

“La cosa che rimpiango maggiormente – racconta Giacumin Lanteri, seduto su di un ceppo di castagno, davanti alla sua bella casa di Triora – è la miseria dei miei poveri vecchi. Eh, sì, di miseria ce n’era tanta lassù a Goina…Un pugno di castagne crude nella tasca, si partiva di buon’ora per i pascoli, con le pecore, le capre e le mucche, per restarvi fino a tarda sera, con unico ristoro l’acqua che sgorgava copiosa fra i campi…”.

Si scopre così che questo gruppo di case, immerso nel verde di castagneti secolari, fra i pascoli più ricchi del Comune, nasconde una vita di rinunce e di stenti. I casolari erano adibiti a tutto: ad abitazione, a fienile e a ricovero per il bestiame. Le giornate scorrevano sempre eguali per concludersi alla luce della “tea”, attorno ad un paiolo con qualche patata e poche castagne. Il vino era pressoché sconosciuto e, se qualcuno, recatosi a Triora, si lasciava tentare da un paio di bicchieri, tornava a casa invariabilmente ubriaco.

Goina, che forse sta a significare “piccola gola”, al centro di due corsi d’acqua, deve la sua origine a pastori provenienti da Realdo, Verdeggia, Upega, Frabosa ed altri centri. Di stirpe verdeggiasca erano i numerosi Franzelassi, figli di un omaccione di nome Franzé. Tutti costoro, comprati, nella seconda metà dell’ottocento, da nobili famiglie trioresi quali i Borelli ed i Bonfanti, appezzamenti di terreno, edificarono modesti casoni su territori comunali, usufruendo di quegli usi civici in voga sino alla fine del secolo scorso, aggredirono la terra, formando strette fasce. Unico loro sostentamento era il bestiame, assai numeroso; il ricavato della vendita del formaggio se ne andava per lo più in qualche vestito e in un paio di scarpe.

L’avventura di Goina ebbe fine verso il 1950, quando pressoché tutte le famiglie vendettero il bestiame ed i loro averi, alla ricerca di una vita migliore altrove. Sono rimaste lassù due famiglie; Saldo Antonio e Stella Silvio resistono e non abbandonerebbero mai la loro terra. 

E’ sorto un Comitato, formato da oriundi ed amici di Goina, che hanno edificato una chiesetta dedicata al Buon Pastore, hanno issato una croce sulla “rocca” ed ogni anno si danno appuntamento in quel meraviglioso angolo verde.

BREGALLA

Lasciato l’abitato di Loreto, svoltato il poggio Ventusu, gli occhi all’insu, appaiono, tra castagni e querce, gruppi di case, irregolarmente disposte. Il nucleo centrale, Bregalla, con la bianca chiesa, dà il nome all’intera località. Qui, nei tempi addietro, “bregallavano”, ossia belavano, greggi di pecore e capre; le terre, date a mezzadria dalle famiglie trioresi, erano ricche di grano e vigneti. Un incendio sviluppatosi pochi anni fa ha evidenziato le fasce e l’immane lavoro del’uomo, con ripari, strade vicinali, anfratti e persino i resti di qualche attrezzo arrugginito. Il fuoco ha in un attimo riportato alla luce quanto l’erba, i rovi e qualche arbusto avevano celato. 

I nuclei sorti attorno a Bregalla hanno nomi vari e quanto mai curiosi: case Franchetti, a ricordo forse di un’avvenuta indipendenza o libertà, case Speriti, a esorcizzare qualche spirito fantastico, case della Gumba, case del Bertoldo, case Morlano e, più in alto, case Castagna. Quassù in questi sperduti casoni, vivevano, sino ad alcuni anni fa, due fratelli, gli ultimi rappresentanti dell’antica tradizione pastorale che in questa zona aveva il suo habitat naturale.

Oggi a Bregalla non si coltiva più, se si eccettuano alcuni orti e campi di ortaggi, patate e piante da frutta. E’ piacevole recarsi lungo la vecchia mulattiera che giunge da Creppo, molto riposante e priva di pendii, fare una capatina al Poggio Grosso alla ricerca di qualche fungo porcino oppure nel vallone, con la segreta speranza di riempire il carniere di qualche trota fario o salmonata. Le giornate scorrono liete tra queste case in pietra, con un lavatoio tuttora funzionante ed un un antichissimo castagno con una pila di legna accatastata ad arte. E non bisogna dimenticare che, nei periodi di caccia, una battuta al cinghiale, nei dintorni assai numerosi, può permettere un ritorno a casa da trionfatori, con una preda veramente ambita ed una storia in più da raccontare.

Se si capita nel periodo natalizio, una miriade di luci disegnerà un gigantesco presepe, ogni anno sempre più ricco; è un modo originale per porgere gli auguri, lontano dal frastuono e dai neon abbaglianti delle città.

VERDEGGIA

Era il 30 gennaio 1805: una valanga di neve si abbatté improvvisamente su Verdeggia, il villaggio venne in parte distrutto, si contarono sedici morti. I Verdeggiaschi non si persero d’animo e ricostruirono le loro case più a valle, in luogo più sicuro e ameno.

Originatosi nel corso del sedicesimo secolo da una famiglia Lanteri di Briga Marittima, che avrebbe preso a mezzadria una cascina dei Borelli a Triora, Verdeggia è un artistico paese ben conservato; ricco di piccoli corsi d’acqua, ha conosciuto negli ultimi anni una ripresa basata sul turismo; nei mesi estivi le presenze superano addirittura quelle di un secolo fa. Storicamente appartenuto alla Repubblica di Genova, è sempre stato diviso da Realdo, oltre che dal vallone omonimo, anche da fiera rivalità, nonostante le radici comuni e la lingua pressoché identica. Solo alcuni anni fa i due centri si riappacificarono; il ponte al bivio delle frazioni venne battezzato “della pace”.

Le montagne sopra Verdeggia furono, nel corso dei secoli, teatro di sanguinose battaglie; nel periodo napoleonico si scontrarono nei dintorni del Saccarello le truppe francesi con quelle piemontesi. In quell’occasione, i soldati dell’Imperatore accampati a Collardente compivano delle scorribande nella frazione Verdeggia. Non appena il fumo si levava dai camini delle case, gli sbirri si precipitavano in paese e facevano razzia di cibi ed in particolare di torte. Le donne allora si fecero scaltre e, non appena scorgevano i Francesi, con un attrezzo ponevano le torte sulle mantovane lasciando gli invasori con un palmo di naso. Senonché un giorno questi si accorsero del trucco e con un gesto di rabbia un soldato levò la sciabola e tranciò la coscia di una verdeggiasca. Riunitisi a consulto, gli uomini del paese, armati di schioppi, intrappolarono alcuni soldati e, dopo averli bastonati, li diressero verso la rocca Barbone, uccidendoli per timore di rappresaglia e seppellendoli in una fossa comune su di un’altura sottostante, che ancor oggi si chiama “bricco dei Francesi”.

Loreto

La vista del caratteristico santuario di Loreto, dedicato alla Madonna, con quel grazioso porticato e quell’artistico campanile, susciterà senz’altro profondi sentimenti religiosi o quanto meno sensazioni piacevoli. Eppure qui, nel passato, avveniva lo scambio del sale verso il Piemonte; si trattava di un deposito legale, ma, accanto al mercato consentito, prosperava anche il contrabbando, causato dalla gravosa e odiata gabella del sale.

Comunque il passato è ormai sepolto e nella borgatella di Loreto, le poche case addossate sulle rocce strapiombanti, la pace regna sovrana. Nel piazzale un cippo dedicato al partigiano ricorda la lotta avvenuta sulle montagne circostanti e che causò molte vittime. La chiesetta, con vivaci affreschi ed indizi di antichità, non è tuttavia la principale attrattiva locale.

Un grandioso ponte, costruito nel 1958-59, unisce i due versanti, permettendo di raggiungere la regione Mauta e la frazione Cetta. Le dimensioni del manufatto, alto 112 metri, lungo 119, largo 8,20, a strapiombo nel torrente Argentina, parlano da sole. Costruito con una tecnica rivoluzionaria per quei tempi, senza impalcature di ferro o legname, segnò un’importante svolta nel campo dell’dilizia stradale. Su progetto dell’ing. Scalesse di Roma, i lavori vennero eseguiti dalla ditta Rosario Siniscalchi, sempre della capitale, sotto la direzione dell’ing. Rossello. L’opera suscitò allora polemiche e critiche, riportate dai più importanti quotidiani; il suo costo fu assai lontano da quel “miliardo” indicato su un giornale a carattere cubitali, aggirandosi in realtà sui cento milioni.

Da questo ponte si lanciano gli appassionati del salto con l’elastico, con urla disumane e con fantastiche torsioni e capriole. Tra le rocce si cimentano invece gli arrampicatori, mentre giù nel fiume i più arditi scalano lisci massi erratici.

Il ponte romanico di Mauta, con un arco di sedici metri, interamente in muratura, appare come un giocattolo da mettere fra le statuine del presepe; se si discende lungo la mulattiera fin sulle rive del fiume, se ne ammira invece la bellezza ed il contrasto tra il vecchio ed il nuovo appare in tutta la sua autentica dimensione: si ha la dimostrazione di come l’ingegno umano non abbia età.

CREPPO

Chissà quale ispirazione avranno avuto i nostri antenati nel chiamare Creppo quello sparuto ed ordinato gruppo di case, addossato su una scoscesa rupe; la vista del piccolo villaggio, più che evocare il greppo dantesco, suscita non solo sentimenti poetici ma soprattutto ammirazione per una sapienza costruttiva, scevra dallo sfrenato gusto del moderno che altrove ha irrimediabilmente depauperato centri storici pregevoli.

Un’erta stradina in acciottolato conduce al piazzale della chiesa, restaurato nel 1984, da dove si può godere un panorama veramente superbo: a sinistra i casolari di Gerbontina, nelle cui vicinanze scorre una fresca sorgente, che precipita nel torrente, trasformandosi negli inverni più freddi in una gigantesca cascata di ghiaccio; di fronte le Case dei Bruzzi, dove in autunno è facile scorgere branchi di cinghiali alla ricerca di qualche dolce mela e, più in basso, l’antico ponte romano in pietra murata, dove pascolano a volte gruppi di camosci. A destra le case di Drondo danno ancora l’immagine di una civiltà contadina e pastorale ormai scomparsa; il rio Infernetto, con alte cascate, roccioni affioranti in incantevoli laghi, costoni aguzzi, caverne ed antri spaventosi, ricorda altre epoche e dà corpo alle immagini fantastiche meno spiegabili. Più in alto un castellaro, il bric del Castellaccio, testimonia antiche usanze ed insediamenti.

Il gruppetto di case del Poggio, su una roccia gigantesca, è simile ad un avamposto; un’ospitale famiglia qui vive da sempre; si vede, unica frazione triorese, anche qualche bambino giocare. 

La chiesa, dedicata alla natività di Maria Vergine, è piccola, ma fresca ed accogliente; la statua della Madonna bambina viene portata in processione l’otto settembre, festa patronale. In questa circostanza e nei mesi estivi il paese si ripopola; fra le strade si sentono brusii e grida, un giradischi diffonde allegre note. A sera è bello ritrovarsi in piazza e, seduti sulle lastre ardesiache, raccontarsi esperienze e scambiarsi opinioni fino a tarda ora.

MONESI

Monesi è una delle anime di Triora. Dall’alto dei suoi 1376 metri sul livello del mare, un tempo era un’ambita località sciistica dalla chiara impronta turistica. Da due anni a questa parte è in attesa di tornare a nuova vita dopo il passaggio dell’alluvione del 24 novembre 2016. La frazione triorese ha pagato un altissimo prezzo. Oggi Monesi è impossibile da raggiungere. La strada di collegamento, da Mendatica, è inagibile ed una frana minaccia quelle che una volta erano abitazioni ed attività. Le istituzioni da tempo stanno portando avanti un cammino che sancirà quanto prima la riapertura di una via di collegamento necessaria a raggiungere il borgo per i lavori di messa in sicurezza. Un passaggio fondamentale e necessario per la rinascita. Non bisogna dimenticare che Monesi in un passato non troppo lontano è stata una delle mete del turismo invernale, grazie alla sua seggiovia ed alle piste da sci che unite ai prezzi competitivi e ad un clima famigliare facevano di questa località una vera e propria eccellenza turistica. Altrettanto importante anche la stagione estiva, quando questo paesino attirava gli amanti dell’outdoor, grazie allo splendido panorama incontaminato circostante, raggiungibile a piedi o in Mtb lungo i numerosi sentieri di collegamento con il Piemonte e la Francia. Per il momento Monesi sogna di potersi risvegliare da questo lungo sonno per tornare ad essere la ‘piccola Svizzera’, così come veniva definita negli anni ’50. Un ricordo vivo nel passato di molte famiglie.

REALDO

Passato il villaggio di Creppo, lasciata alle spalle la caratteristica Arma Pisciusa, ci si inoltra, per una strada scavata nella roccia, in un ambiente del tutto nuovo, con strapiombi, cavità naturali, massi erratici; su di un precipizio Realdo, un gruppuscolo di case, domina l’alta valle. Siamo in terra brigasca, anche se dal 1947 il territorio realdese è entrato a far parte del Comune di Triora; ce lo ricorda un’insegna posta all’inizio dell’abitato, che recita: “Reaud, tèra Brigasca”. C’è chi dice che il paese sia stato edificato oltre duecento anni or sono da un gruppo di pastori brigaschi, allontanatisi dal capoluogo a causa di un’epidemia pestilenziale; altri argomentano che lo stato sabaudo abbia voluto fronteggiare con un efficace avamposto la nemica Verdeggia, appartenente alla podesteria genovese di Triora. L’antico nome della zona, indicata come “Ca’ da Roca” fa propendere per questa seconda ipotesi.

Diversi dai Trioresi nel carattere, ma soprattutto nel dialetto, il brigasco, di carattere ligure ma alpino, i Realdesi sono sempre stati un popolo fiero ed orgoglioso delle proprie tradizioni, tanto che sono nate addirittura due riviste, “Il nido d’aquila” e “La Vastera”, quest’ultima ad indicare sia il recinto delle greggi, un tempo la maggiore ricchezza del luogo, sia l’intenzione di chiamare a raccolta i Brigaschi, sparsi un po’ ovunque. Il tutto allo scopo di valorizzare le antiche tradizioni, raccogliendo testimonianze scritte ed orali, racconti, proverbi, modi di dire ed anche invitanti ricette. Molto appetitosi sono i sügeli, fatti con farina di grano e serviti con patate, olio e soprattutto con il bruzzo e i menun, patate e grumi di farina cotti prima separatamente indi insieme, con latte oppure olio. 

Borniga, il Pin, l’Abenin, Cravitti e Carmeli (o Pastorelli) sono le “morghe” di Realdo; qui sopravvivono antiche usanze, qui si può godere la natura nella sua autenticità, magari raccogliendo qualche fungo ciucotto oppure gustando qualche fetta di pane con dolcissimo miele.

CETTA

Gruppetti di case dagli svariati nomi, uniti da una stretta stradina, qua un lavatoio là una chiesetta, una croce lignea, una fontanella: questa è Cetta. Se ricercare le origini di questo piccolo centro è assai arduo, dare un senso a taluni nomi di quei gruppetti di case, Bacin, Cetta Sottana, Poggio, Patatee, Fundu, Rieli, Chiesa, è addirittura impossibile. E’ meglio percorrere Cetta da cima a fondo, senza particolari pensieri, in religioso silenzio, che ispira sentimenti poetici. Non si incontra più il buon Zaverio; era piacevole chiacchierare con lui, mentre vi veniva offerto un bicchiere di generoso vino difficile da rifiutare. Il suo ricordo è indelebile.

Da qualche casa provengono gradevoli aromi; forse qualche donna avrà preparato una “pasta”, che è cosa ben diversa dalla torta che si mangia in città o che viene servita nei ristoranti. Per gustarla non bisogna parlare, ma guardare l’infinito, abbandonandosi ai pensieri più piacevoli. L’abbondanza di erbe e il buon olio d’oliva fanno di queste torte un’autentica prelibatezza.

Si passano le case, i fienili, dove tempo fa si udivano belati e latrati. Ben presto si arriva alle castagne di Picun, dove da alcuni anni ha luogo una festa campestre, alla quale partecipano tutti: grandi e piccini.

Giù in basso scorre il rio Grognardo che, dopo un tortuoso percorso, fra gole e cascate incredibili, sotto antichi ponti di legno, va a gettarsi nell’Argentina nei pressi del Mulino di Mauta. Più avanti il Lagudegnu, con la sua incredibile cascata, richiama alla mente la storia delle streghe di Triora, che qui si riunivano.

Dando uno sguardo in alto, si vede Carmo Langan, che è possibile raggiungere attraverso un erto ed impegnativo sentiero immerso nel verde, riscoperto alcuni anni fa da Enzo Bernardini, nel corso del suo viaggio a cavallo nella “Liguria vera”.

Un calendario antico segna oggi gli eventi e manifestazioni a Triora

cosa si può fare

a Triora si...

  • si scrive

    a triora si

  • Si scende il fiume

    a triora si

  • si produce

    a triora si

  • si prega

    a triora si

  • si pesca

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  • si pedala

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  • si fotografa

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  • si crea

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  • si cammina

    a triora si

  • si arrampica

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DISPONIBILITA'

Alcune persone Trioresi e altre appassionate di Triora che ci vivono o operano,hanno dato la loro disponibilità, ognuno per la passione che lo contraddistingue di essere contattati in qualsiasi momento per rispondere alle eventuali curiosità specifiche.

Testimonials

ALCUNI AMICI

TREKKING ED ESCURSIONI NATURALISTICHE

alcuni consigli su percorsi e sentieri che partono o passano da Triora.

DA TRIORA A GOINA FINO AL PASSO DELLA GUARDIA
di Angela Rossignoli

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M. SACCARELLO - M.FRONTE' DA PASSO DELLA GUARDIA
di Piervittorio

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DA COLLE MELOSA AI BALCONI DI MARTA
di Fonte

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VIA MARENCA DA COLLE D’OGGIA A M. MONEGA
di Piervittorio

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ACCOGLIENZA E SHOPPING A TRIORA

numerose attività sono presenti a Triora pronte ad accogliervi con gentilezza e simpatia

BED AND BREAKFAST

B&B ricavato da una casa torre nel centro del borgo.

La dolcissima Daniela vi accoglierà nella sua “Tana”

B&B accogliente e curato con passione da Barbara e Giacomo.

accogliente B&B con vista sulla valle, gestito da Marco.

Giancarlo esperto conoscitore di cultura contadina,vi aspetta nel suo B&B.

RISTORANTI

Carla e Gianni vi aspettano in una vera Osteria con cucina tipica dell’entroterra accompagnata da pregiati vini.

Trattoria Loreto

trattoria sul famoso ponte di Loreto

Fraz. Verdeggia, con una cucina tipica dell’alta valle  vi aspetto Ornella e Lara

Ilaria gestisce questa piccola trattoria con passione e simpatia nella frazione di Realdo, piatti della tradizione dell’Alta Valle Argentina.

BAR

I Vecchi Ricordi

punto di arrivo di sosta e di partenza  con aperitivi serate dj compleanni e tanto divertimento.

i Tuvi

nella caratteristica Piazzetta della Strega aperitivi  bruschette e degustazione di prodotti tipici ne fanno un ritrovo unico.

Ricici

Jessica e Alessio coccolano i clienti con meravigliose colazioni con torte fatte in casa, yogurt alla frutta e tanto altro in un angolo carino,sulla piazza della Chiesa.

Cocò cafè

Ramona ha aperto questo piccolo e grazioso cafè in piazza della Chiesa, vi aspetta con proposte sfiziose in uno dei posti piu suggestivi e frequentati del Borgo.

SHOPPING

unico forno a produrre il famoso pane rundo, uno dei pani più famosi d’Italia,impastato con farina tipo 1 lasciato lievitare e poi cotto sulla crusca, produce anche ottimi grissini e i rinomati biscotti…

Luana e Augusto gestiscono da anni un angolo di prelibatezze producendo selezionando e  vendendo i loro prodotti tipici, marmellate,dolci,salse,formaggi e tante altre leccornie.

Asplanato Claudio

storico negozio di casalinghi, elettrodomestici, stufe a legna o pallet, si trova quasi tutto ciò che serve

U Masaghin

la famiglia Borelli porta avanti questo negozio di alimentari e non solo, si trovano anche tabacchi e giornali.

Il Sarvan della Cabotina

Giuliano produce artigianalmente  sculture in terra cotta.

Fabien Artero Guida Alpina

Fabien all’interno del centro storico ha creato uno spazio suo per dare informazioni e accompagnare professionalmente chi decide di provare le brezza del Canyoning, arrampicata e trekking.

L’Edera di Triora

è Barbara ad accogliervi nel suo angolo di magia fatto di oggettistica e souvenir.

La Bottega di Maì

Deborah ha creato un angolo di prelibatezze, selezionando i prodotti della nostra Valle Argentina, un negozio, curato e arredato con simpatia e gusto.

Parrucchiera Annamaria

servizio apprezzato non solo dalle donne di Triora ma da tutte le villeggianti del paese.

Non Solo Magia

Lilia una delle tante streghe di Triora vi aspetta con i suoi oggetti magici.

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