San Dalmazzo

SAN DALMAZZO

Risalendo l’erta via che dalla Cabotina conduce alla chiesa di San Dalmazzo, si raggiunge il cosiddetto Rizettu, con numerosi fabbricati diruti, che nel medioevo erano utilizzati come magazzini per mettere al sicuro, in caso di guerra, provviste e derrate. La zona, compresa la dimora degli Asplanato Megia, dove furono in parte rinchiuse le donne accusate di stregoneria, fu rasa al suolo nel corso dell’ultima guerra mondiale. I ruderi testimoniano un’autentica ed inutile barbarie, che colpì soprattutto la gente povera. Molti furono costretti ad emigrare altrove; altri, più fortunati, poterono usufruire di alloggi popolari per sinistrati.

Dopo una fontanella pubblica, passando sotto le arcate dell’ex Palazzo Capponi-Massa, si giunge in una gradevole piazzola, da dove si può godere un panorama superbo. La chiesa di San Dalmazzo, già citata in un documento dell’11 marzo 1261, venne posteriormente costruita presso la fortezza, l’arx munitissima, descritta dallo storico Giovanni Verrando, la quale costituì il primo nucleo e baluardo di resistenza del borgo che andava costituendosi. Del forte oggi non restano che piccoli indizi, quali la sottostante cisterna ed altre piccole parti incorporate nell’attiguo palazzo nobiliare dei Capponi-Massa; la sua importanza è tuttavia evidente dalla posizione in cui è stato costruito, nella parte più alta del luogo e su strapiombanti rocce, messe ancor più in evidenza dal tritolo tedesco del 1944. 

La chiesa, con un solo ingresso ed il campanile a vela, era frequentata da due confraternite, quella delle Madri Cristiane e soprattutto quella di San Dalmazzo: vi si osservano ancora i banconi con ampio schienale sul quale erano soliti sedersi in occasione delle ricorrenze. Gli altri oggetti che vi si trovavano per sicurezza sono stati trasferiti nell’oratorio di San Giovanni Battista. Si tratta della tela ritraente san Giovanni da Matha, fondatore, assieme a San Felice di Valois, dell’Ordine dei Trinitari, entrambi aventi quale scopo la liberazione e la redenzione degli schiavi. Dalle nicchie, dove erano collocate, sono state trasferite due statue: quella di san Dalmazzo, eseguita nel 1839 dal famoso scultore genovese Paolo Olivari, e quella dell’Immacolata Concezione, di epoca relativamente più moderna.

Recentemente, nel corso di alcuni lavori, rimuovendo la statua del santo titolare della chiesa, è venuto alla luce uno sconosciuto affresco, che, pur privo di importanza artistica, ha un’indubbia validità storica. Sotto l’insegna nobiliare dei Capponi, a colori, su di un libro aperto appare la scritta: “D. Guliermo Caponius aromatarius/hoc opus pie legavit/e D.I. Ioes Bapta diligenter ad implevit/Temp.D. Antoni Capponi Prioris/1632”. Tre personaggi, due donne ed un uomo, stanno pregando, mentre al centro figura un castello, che potrebbe essere l’antica fortezza di San Dalmazzo. 

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